Il lunfardo

Controlingua di sincretismo, il lunfardo viene accolto in quell’ altra opera di sincretismo che è il tango. Va salutata a questo proposito la tesi di Zaira Drammis discussa all’Università di Torino il26 febbraio 1996, in cui questa giovane italo-argentina, con provata competenza linguisti­ca, ristudia scientificamente i lunfardismi sui testi di tango tra il 1900 e il 1955, facendo luce su non poche idee preconcette.
Un testo in lunfardo chiuso, come El Ciruja*, incomprensibile per altri ispanoparlanti, manderebbe in visibilio un lettore ligure, lombardo o piemontese. Questa sorta di maschera della lingua offre molti motivi al gioco, meglio al sarcasmo. Shusheta, titolo del famoso “gran tango de salon” di Juan Carlos Cobian, e corposa parola di Asi se baila el tango * , proviene dal verbo “shushà” che, in alcuni dialetti del Nord Italia signi­fica “succhiare” (chiamasi così la persona che, con le guance incavate a furia di aspirarle, si comporta e si veste in maniera affettata e leccata). L’aggettivo invariabile “minga” in frasi ellittiche come “minga de labu­[o” (El Ciruja*) o “minga de puerta cancel” (Ventanita de arrabal*), è oriundo dei dialetti del Nord. Ovviamente la milonga, intesa come balera, ha un sinonimo, perigundfn, in perfetto xeneise. Ci si imbatte in altre gustose eredità linguistiche: un certo suffisso per formare l’accrescitivo (tesuin, fiacun, ramin, pelandnin, belimin, miquetun, pulennin); alcune desinenze tratte da cognomi italiani (fiaquini, locateli, pasqualeti, toca­teli); participi passati alquanto imprevedibili (escashato, avivato, azon­zato, fotuto, firmato cadorna). Gli esempi sono incontabili, da Arrabale­ra * a El Taita*, da Esta noche me emborracho* a FIor de fango*, da El bulin de la calle Ayacucho* a Guapo sin grupo* e Mala entraiia”, da Malevaje” a Mano a mano”, a Margot*, a Mufieca brava*.
Nel Plata il gringo non è lo yankee, ma l’italiano. e leggerissima la connotazione spregiativa. Illunfardo gli assegna altri svariati nomignoli: cocoliche, tano (da napoli-tano), tanoira, manyapulenta, tallarfn (spa­ghetti), manache (da mannaggia), vichenzo, bachicha, geneise (data la prevalenza di genovesi). Così come l’argot ha il verlan (I’envers al rovescio), iJ lunfardo ha il vesre (revés al rovescio), che in italiano potremmo tradurre empiricamente “vesciorro”. E’ la metatesi, figura grammaticale che consiste in alterare l’ordine delle sillabe. In teoria si potrebbe fare il vesre di qualunque parola purché sia almeno bisillaba;
nella pratica però, per attecchire nella lingua, per circolare agevolmente, le parole risultanti devono avere una certa viabilità. Tra le più frequenti nel mondo del tango sono da annoverare: gongri (gringo), jermu (mu jer, donna), nami (mina, donna), choma (macho, maschione), dorique (que­rido, caro, detto dell’ amante lui), darique (querida, cara, detto dell’aman­te lei), tovén (vento, denaro), camba (bacan, arricchito, che fa da padro­ne), jovie (viejo, vecchio), vedera (vereda, marciapiede), colo (Ioco, pazzo), orre (reo, vagabondo), ortiva (batidor, spia), zabeca (cabeza, testa), gomia (amigo), torcan (cantor), troesma (maestro, per antonoma­sia Gardel) e, naturalmente, gotan (tango).

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